E quindi ritorna centrale, in questa prassi, il ruolo del committente. Finché il committente rimane identificabile con lo stesso autore, con lo scrivente o, anche, con l’auto-commiserante allora mi pare si sia conservato un certo grado di libertà. Finchè io stesso sono il committente della mia parola, anche della parola che mi autocommisera o di quella che si chiude, anziché s-chiudersi, al significare, ecco, allora mi sembra che tutto questo mantenga ancora un che, un “valerne la pena”, un sequitur. Ma forse il termine dice già più di quanto io non intenda. C’è nel “commettere”, e quindi nella “committenza” e nel “committente”, se pur interno, un atto volontario. Non esiste un commettere privo di volontà di commettere. Qui, invece, io ho in mente, appellandomi all’auto-commitenza dell’autore, ad un rapporto che quasi prescinde dalla volontà. Scrivo non perché voglio scrivere, ma solo perché me ne do – posso darmene – il compito.