C’è uno straordinario racconto di Kafka del 1917, “Il ponte” (Die Brücke): “Ero rigido e freddo; ero un ponte gettato sopra un abisso. Da questa parte erano conficcate le punte dei piedi, dall’altra le mani: avevo i denti piantati in un’argilla friabile. Le falde della mia giacca svolazzavano ai miei fianchi….(traduzione tratta da questo articolo).
Le immagini nette di quel racconto mi sono tornate alla mente ascoltando l’intervista ad una ragazza giapponese cieca, in uno degli affascinanti video realizzati da Alessandro W. Mavilio. Il concetto di “traduzione” come ponte tra le persone, quindi tra le diversità, ogni tipo di diversità. La sua intervista mi ha fatto rileggere il racconto kafkiano sotto la luce di una riflessione sulla possibilità/impossibilità di farsi ponte, di accettare e far accettare la propria singolarità/diversità.

Mi sarei fatta volentieri tante volte ponte, ma si sa, la percorrenza, sempre trafficata, risulta di difficile attraversamento.
Piano piano ho calato le sbarre e son diventata ponte mobile: mi diverto a buttar giù i malcapitati che osano attraversarmi.
Ci si fa ponte se l’altro si fa ponte. La teoria dei giochi, che citavo da me qualche mese fa, lo dimostra in via astratta – l’empiria, per quel che mi riguarda, lo rafforza.
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Liza pontelevatoio!!
Prof, lei pontifica!