1985

Mi sembra che il concetto di “motorino” iniziò a presentarsi in me nel 1985, cioè un anno prima di raggiungere la fatidica soglia dei quattordici anni che, quando non si hanno ancora quattordici anni, rappresenta – o rappresentava? – il primo traguardo anagraficamente significativo: allora si poteva guidare un motorino. Iniziai a reclamarlo con largo anticipo (ma del motorino che ereditai, e che guidai per tutti i miei quattordici anni, ne parlerò nel 1986) fantasticando su Vespe e chopper Malaguti. A quel tempo non c’era l’attuale proliferazione di scooter di tutte le taglie e cilindrate: per un quattordicenne c’erano i Ciao, i Bravo, le Vespe e i motorini Malaguti. Almeno, questo è come me lo ricordo io. Il 1985, quindi, è per me sostanzialmente soltanto un-anno-prima-di-poter-guidare-un motorino. A pensarci bene, però, è anche l’anno dell’Heysel. Ricordo molto bene la diretta televisiva di quel 29 maggio sera. Un paio di anni fa ho scritto pure qualcosa per un libro su quella tragedia, legato ad una giovane vittima proveniente dalla provincia di Pisa. Leggendo la lista degli eventi dell’anno ho un ricordo diretto e durevole solo di quella diretta dallo stadio Heysel. Ecco, la strage dell’Heysel è una di quelle tragedie che ti consentono di dire cosa facevi o cosa pensavi in quel dato giorno di maggio del 1985, uno di quei punti di contatto tra memoria individuale e memoria collettiva.

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