Pierre et le loop

Il legame tra quello che volevo scrivere (questa stessa scrittura come prassi slegata dai contenuti) ed il titolo che riecheggia la famosa fiaba musicale di Prokofiev mi è del tutto sconosciuto o quasi. Ci sarebbero molte cose da dire su Prokovief (che forse è il compositore del Novecento che preferisco…insieme a Gershwin, Debussy, Weill, Shostakovich etc. etc.) e pure sul concetto di prassi slegata dai contenuti in riferimento a questa mia scrittura. Intanto, “Pierino e il Lupo” è un’opera così famosa da essere conosciuta anche da chi non sa di riconoscere in un dato tema, o in più temi, la musica di “Pierino e il lupo”. Ho sempre trovato irrilevante, invece, chi fosse il narratore (in casa ne ho due versioni, una con Dario Fo ed una con Paolo Poli, ma famosa e recente c’è quella con Benigni, ad esempio….) rispetto alla forza già internamente narrativa della musica. Le invenzioni interpretative della voce narrante sono un di più, per me.
Ora, io immagino che in questa prassi di scrittura davvero poco contino, alla fine, i contenuti, e che invece si percepiscano chiaramente delle voci strumentali. Come per i personaggi di “Pierino e il lupo”. Mi accorgo, ormai, dell’irrilevanza del contenuto. Aspetto, sorveglio, spio semplici affacciarsi di voci strumentali che conosco, e riconosco. Cosa dicano, talvolta lo capisco; molte volte, no. Ma ormai sono abituato alla loro voce strumentale: che sia quella dell’oca, o del gatto, o dell’uccellino, o del nonno, o dei cacciatori…o di Pierino o del lupo. Meglio, del loop.

Il paesaggio infinito di Tullio Pericoli

collina delle Marche, di Tullio Pericoli

Ieri, in Normale a sentire la bella conferenza di Tullio Pericoli. Tutto il suo lavoro sui volti come paesaggi e sui paesaggi come volti è davvero affascinante e ho cercato di seguirlo negli anni, attraverso i suoi libri. Sull’agendina, ieri, mi sono segnato alcune frasi della relazione. Pericoli dice di essere stato ossessionato da una frase di Pessoa, “La natura è parti senza un tutto”, frase che ha suscitato in lui mille domande di natura filosofica e pittorica. Ma c’è un concetto espresso da Pericoli che ho trovato davvero illuminante e familiare al tempo stesso: ogni quadro, lui dice, apre uno spazio di possibilità pittorica tutt’intorno, per ogni lato del quadro. Ogni suo quadro di paesaggio presupporrebbe, così, quattro quadri possibili, uno per ogni lato. E ognuno di questi quadri possibili, a sua volta, apre lo spazio pittorico di altri quattro quadri. E così, all’infinito. Qui, mi pare, scrittura e pittura si somigliano moltissimo.
Riferimenti:

1980

Che anno strano, il 1980. Ricordo che quella cifra tonda, paffuta, mi dava già un’idea di futuro. La mia prima idea di futuro. Un’idea di Fine del Novecento, qualcosa di simile. Gli Anni Ottanta, sì, come anni di inizio modernità, o post-modernità. Ma io mica sapevo, allora, cosa sarebbero stati gli anni Ottanta, socialmente e politicamente, culturalmente. E poi i miei anni Ottanta mica iniziano nel 1980. Io so che i miei anni Ottanta (secondo il principio di datazione variabile di cui già dicevo…e di cui ho parlato altre volte, in altro modo, circa il rapporto personale col tempo e coi capidanno, ad esempio…) iniziarono solo nel 1984, con le Olimpiadi di Los Angeles. Ma di quelle dirò nel 1984. Nel 1980, invece, uccidono Walter Tobagi, e non me lo ricordo, abbattono l’I-TIGI, sopra Ustica, e non lo ricordo,  fanno saltare in aria la Stazione di Bologna, e me lo ricordo bene. Io ero in vacanza coi miei, a San Vincenzo. Eravamo a casa di una cugina di mia madre, faceva caldo, il 2 agosto. Ricordo le prime notizie al telegiornale, lo sconcerto nell’ascoltarle. La sensazione di pericolo, di angoscia. Niente è più sicuro, non c’era più niente per quelle persone, bambini, famiglie, là a Bologna. Ricordo che capivo bene la gravità dell’accaduto e percepivo l’angoscia che era in grado di generare. Quella sensazione è, ancora, il mio 1980.

Posti in piedi sul carro del vincitore

Mi sembra una lungimirante mossa di marketing editoriale selezionare un certo libro come Libro della settimana, no? Ma, scherzi a parte, mai come in queste ore torna alla mente l’immortale detto di Marcello Marchesi secondo il quale gli italiani saranno sempre pronti a correre in soccorso del vincitore.

1979

Cosa successe nel 1979 non lo ricordo. Anno di passaggio, seconda elementare. Ma concordo sul fatto che gli anni Settanta non finirono col capodanno del ’79, bensì il 2 agosto del 1980. In effetti, gli anni Settanta iniziano in anticipo, esattamente un mese prima, nel dicembre del 1969 (Piazza Fontana), e finiscono in ritardo, nell’agosto del 1980 (Stazione di Bologna), secondo la felice intuizione di Demetrio (vedi p.33 di “Una tragedia negata“). Pure il ’79, però, ha avuto i suoi bravi martiri, Guido Rossa o Giorgio Ambrosoli, per fare due nomi. Ma allora io non lo sapevo. Notizie che mi arrivarono, come ho già scritto, solo in via epidermica, atmosferica. Eppure, era la stessa aria che respiravo io, in seconda elementare. Il capodanno del ’79 non lo ricordo. Ho in mente una foto, ma non so se è di quel capodanno lì o del successivo. Mentre ricordo benissimo dove ero il 2 agosto del 1980. Ma questo va nel post sul 1980.

Vibrisselibri a Pisa

Università di Pisa, seminario su Vibrisselibri

(da sinistra: Simone Ticciati, Demetrio Paolin, Elena Salibra, Giulio Mozzi)
Seminario su Vibrisselibri all’Università di Pisa.
Alcune foto della mattinata.
Il resoconto: sta sul Fondo Paolin, naturalmente

Dall’altra parte del cancello…in ascolto

copertina del cd Dall'altra parte del cancelloRinuncio, per una volta, allo spazio di tempo necessario per meditare in ascolti successivi le impressioni di un cd e scrivo, per così dire, sul tamburo per cogliere qualcosa dell’entusiasmo che gira intorno a Simone in queste ore e trasformare tale entusiasmo, magari, in un consiglio d’acquisto del suo bel secondo album. Mi si dirà “non sei imparziale”, va bene, ma io mi picco di capirne qualcosa di musica e quindi di poter dire la mia, almeno in base ai miei gusti e sforzandomi di scrivere con distacco, cioè come se non avessi contatti diretti e mediati con Simone.

Dunque, Dall’altra parte del cancello, secondo album di Simone Cristicchi, è evidentemente un album di passaggio, di transizione: è una costola cantautorale del progetto C.I.M (spettacolo teatrale – libro – documentario dvd) la cui forza propulsiva (per carburante: un misto di verità, credibilità e poesia) è il vero elemento che gli ha fatto vincere il Festival. La forza di verità di Ti regalerò una rosa è un ponte tra il cd ed il documentario dvd, allegato all’album. Intorno a questo nucleo poetico (a cui si possono ascrivere 4 brani su 11 del cd: la rosa sanremese, Nostra signora dei Navigli, La risposta, Lettera da Volterra) danza l’ironia, ma anche il candore, che Simone infonde nella sua macedonia pop. Ma adesso i sapori della macedonia iniziano a farsi più distinti, riconoscibili, così come la capacità parodistica (L’Italiano e Il nostro tango) o le influenze d’autore (ad esempio Battiato per Nostra Signora dei Navigli). Read the rest of this entry »

Occasioni naturali

Non sempre (o quasi mai) ciò che sarebbe naturale accadesse, accade. A volte .

E il vincitore è…Simone!!!!

la sedia gialla di SimonePiccola informazione di servizio: per votare Simone, stasera, nella Finale del Festival, occorre inviare un sms con scritto 05 al numero 48444. Comunque vada, è del tutto evidente che…ha già vinto. Che poi non so mai come vanno queste faccende di televoto e sms, e mi illudo che davvero stiano lì a contarli. Si sa mai…io almeno uno lo mando.

E questo Sanremo ce lo ricorderemo…

1978

In quell’anno sono successe troppe cose. Eppure è un anno, il 1978, che non è entrato nei modi di dire. Mica si dice “è successo un ’78″. Io facevo la prima elementare, quell’anno lì. Un anno con tre Papi, mica uno. E poi Moro. E poi c’era Pertini. Io disegnavo spesso Pertini e il Papa, quello polacco. Facevo delle specie di vignette. Ma non c’era satira vera e propria. Avevo pur sempre sei anni. Erano, piuttosto, figurine di un presepe social-politico, a fumetti. Le pubblicarono pure su un giornale locale. Non so dove le conservo in casa, quelle vignette pubblicate. Io, un bambino di destra, istigato a fare satira politica da genitori di sinistra, ma vi rendete conto! In quell’anno lì ci siamo trasferiti, siamo andati via da Sarzana. Arrivavo a scuola al mattino presto, prima degli altri. Il trasloco, la novità della prima elementare, elementi di cambiamento forte e di precarietà che a me, bambino d’ordine e di destra, non piacevano. Ricordo che nella casa nuova, ma forse era l’anno dopo, non c’era il telefono. E intorno alla casa nuova non c’era ancora un vero quartiere, coi lampioni e l’asfalto. E la sera, dopo cena, si faceva un bel tratto di strada, al buio, per andare a telefonare, in un bar. Non so se era ancora il 1978, ma per me il 1978 è una sera senza lampioni per andare a telefonare in un bar.

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