La presenza di un’assenza

bicicletta e poltrona in attesa

(Pisa, Via Cei, 22 marzo 2007)
Una poltrona vuota evoca sempre una presenza. Una poltrona vuota è un’assenza per definizione, crea lo spazio possibile di una presenza/assenza, cioè è la presenza di un’assenza. Ogni poltrona vuota ha questo potere evocativo: evoca l’attesa di una presenza che colmi lo spazio reso disponibile dalla seduta. La poltrona vuota, disegnando lo spazio occupabile da un corpo, disegna un corpo. Disegnare l’assenza di un corpo significa alludere all’attesa di quel corpo. Una poltrona vuota è la migliore rappresentazione possibile dell’attesa dell’Esser-ci. La poltrona vuota della foto, in più, è un’attesa al quadrato; non solo attende – ormai invano – la presenza dell’assenza, ma attende pure di essere portata via, smaltita, riciclata, distrutta. E’ l’attesa della propria stessa, finale, assenza. La bicicletta, di compagnia, attende l’assenza della poltrona, o forse attende anch’essa la propria assenza?

1983

Non ho voglia di scrivere il 1983. Di cose ne saranno pure successe, nel mondo, dico, ma cosa ho fatto io quell’anno lì non me lo ricordo; o non me lo ricordo solo perché non ho voglia di scrivere. Proprio no. Che poi cosa succede in un anno conta sempre fino ad un certo punto riguardo a tutto, e a tutti, tranne che per il dato, il fatto che segni, per l’uno, la nascita e, per l’altro, la morte. Alla fine, questo solo mi appare essenziale di qualsiasi accadere: il nascere ed il morire (e qui si potrebbe pure dire che il nascere è un morire e che il morire è un nascere….)

Musica e spot

Avete presente l’ultimo spot della Banca Monte dei Paschi? Ecco, ultimamente diversi visitatori arrivano qui cercando la canzone che fa da colonna sonora allo spot, la meravigliosa “Gli impermeabili” di Paolo Conte. Lo spot, per la regia di Giuseppe Tornatore, ha il pregio di farci ascoltare e riascoltare in tv quel giro armonico riuscito, ma fa anche scempio d’una parte del brano, con un taglia e cuci del cantato che produce un fastidioso effetto “salto della puntina”. Sarebbe bastato usare la coda strumentale e basta, e l’armonia del tutto sarebbe stata fatta salva.

Il tema del rapporto tra la musica che non nasce per uno spot e lo spot stesso è, per me, molto interessante; purtroppo si è persa la tradizione dei jingle pubblicitari e molta – troppa – musica pop si impone, ormai, solo grazie alla pubblicità ma senza avere la nobiltà di stile (leggi: originalità) dei vecchi jingle creati appositamente per la pubblicità (vedi le invenzioni di un Franco Godi ad esempio…). Ed io temo un poco che lo splendido tema “Il campo di pallone” di Nicola Piovani (per il film “Caro Diario” di Nanni Moretti) rimanga nella memoria delle future generazioni unicamente come persistente commento d’ogni sorta di maccherone, farfallina o pennetta di grano tenero o duro che sia.

La musica del futuro

Mauro, parlando di Cecità di Saramago in riferimento alla mia ricerca di un certo tipo di scrittura, dice: “Il libro sembra recitato da una sola voce sommessa, sembra una sola linea vocale questa scrittura“. Così mi fa venire in mente la voce sola della “musica del futuro”. Non quella di Enzensberger, bensì quella del solito LW: “Io non dovrei meravigliarmi se la musica del futuro sarà ad una voce sola*
La scrittura che si dipana in una linea sola è, dunque, un canto per voce sola.

Regalare lacrime

la folla che ascolta Simone alla Feltrinelli di Firenze

Ad un certo punto, tra le domande dal pubblico, una ragazza esile si alza, dichiara al microfono, con un filo di voce, il suo disagio mentale, ringrazia Simone e si scusa con lui perché in quel momento ha solo lacrime da regalargli mentre lui le ha regalato una rosa. Simone si avvicina e l’abbraccia a lungo. Poco prima, era intervenuto ad elogiare il progetto di Simone anche il grande psichiatra Giorgio Antonucci. Ecco, l’incontro di ieri alla Feltrinelli di Firenze si può riassumere, credo, in queste due testimonianze.

Equazioni lineari

Continuo a cercare una scrittura che sia capace di dipanarsi in una sola linea…

1982 (+1sec)

A me dispiace quasi che il 1982 sia, in qualche occasione, una sorta di antonomasia del terzo Campionato del Mondo di calcio vinto dall’Italia. E tutto il resto? Mica c’è stato solo quel Mondiale di Spagna  per tutto il 1982, no? (e qui dovrei aprire un lungo inciso su come sia già sbiadito – emotivamente – il Mondiale dell’estate scorsa rispetto alla persistenza dell’antonomasico “1982″…). Ricordo che acquistai la bandiera tricolore nel pomeriggio della finale. Ma più per una forma di emulazione sociale, che ai bambini riesce bene, che non per tifo sincero. Mio padre non è mai stato un tifoso di calcio, cioé io non avevo il padre medio italiano che è tifoso di calcio, che urla e s’infervora alle partite della nazionale. Quindi dovevo imitare e partecipare di un entusiasmo sociale, come fosse un prodotto di consumo. E nell’estate del 1982 il prodotto di maggiore consumo era l’euforia per la Nazionale di calcio. I bambini sono i migliori consumatori possibili. La fantasia e la creatività dei bambini sono una favola: i bambini sono potenzialmente conformisti e crudeli. Sono degli zelig che contengono, in nuce, il peggio (e il meglio) di quello che saranno da grandi. Io del 1982 ricordo soltanto la bandiera tricolore che comprai il pomeriggio della finale dei Mondiali. Né un secondo di meno, né un secondo di più.

Il pasticcino Kinzica

Voi non ci crederete, ma per me il pasticcino “Kinzica” (un dolcetto tipico prodotto con specialità locali, pinoli e miele del Parco, dalla Pasticceria Bernardini di Fucecchio) dà assuefazione. Per anni non ne ho più mangiati, di pasticcini Kinzica, poi, complice la recente manifestazione pisana “Dolcemente“, sono stato rifornito da mia zia – opportunamente istruita – d’un paio di confezioni. Non ho parole per descrivere il gusto meraviglioso di questi piccoli manufatti.

lavorazione dei pasticcini Kinzica

Ora, dopo pochi giorni, mi resta ancora un solo pasticcino. La con-sorte, capendo la grave situazione di dipendenza, ha rinunciato più volte alla mia offerta di quell’ultimo pasticcino. Guarda, le dico, sono davvero contento se lo gusti tu. Lei non dice niente, fa segno di no con la testa. Io lo guardo, l’ultimo pasticcino, e non trovo il coraggio di mangiarlo. Come farò, dopo?

La vita è a colori

un monitor dei valori vitali

Cerco di parlarle con calma all’orecchio buono, tenendo d’occhio la frequenza cardiaca. Guardo spesso il monitor alle spalle del letto, lo trovo bellissimo. Con tutti i colori, i valori, le linee. Dicono cosa va bene e cosa va male, i colori e le linee. Allora cerco di ricordarmi il nome del monitor, la marca del monitor, così poi lo ricerco, penso al nome di una macchina fotografica, lo mando a memoria: Nihon Khoden. Mi incanto a guardare la danza delle linee e dei colori, e spero che tutto vada per il meglio.

1981

Il 1981 è occupato, nella memoria, dalla nascita di mio fratello Agostino. E siccome nacque a settembre, sul finire dell’anno, posso dire che tutto intero il 1981 è come un portatore materno, gravido, di mio fratello. A maggio, invece, rimasi scosso dalla vicenda di Alfredino Rampi, come tutti. Un episodio del quale riparlammo, causa Genna credo, anche con Demetrio, sul tema “nascita ed uso politico-mediatico delle emozioni collettive”. Sparano al Papa, muoiono Montale e Rino Gaetano, scoppia lo scandalo P2, si paga il riscatto per Cirillo. Ma di tutto questo ricordo, a fatica, davvero poco. Mentre ricordo benissimo il giorno in cui avemmo la notizia che l’amniocentesi era andata bene. Ricevetti in regalo quel giorno, come festeggiamento, una macchinina assemblabile che desideravo, la Supercar Gattiger, ma quella in versione economica (quei comunisti mangiabambini dei miei genitori: ricevi una notizia tanto positiva e stai attento al soldo!?)

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