1976

Del colpo di stato di Videla, nel 1976, non ricordo niente. Eppure interseca il mio ’76, perché da lì a poco un piccolo gruppo di cittadini argentini si rifugiò a Sarzana. E i miei genitori familiarizzarono con loro. E così, ogni tanto, li andavamo a trovare. Ricordo che non avevo voglia di familiarizzare. Cioé, un bambino di quattro anni mica comprende l’impegno solidaristico-politico-di-sinistra-da-compagni di familiarizzare con dei rifugiati politici, no? O anche solo il valore umano/sociale di un incontro di quel tipo. Sono quasi certo, però, di non essere stato un bambino di sinistra (anche se si conservano, in casa dei miei, alcune audiocassette nelle quali, a 3/4 anni, componevo alla chitarra ballate di esaltazione della guerra partigiana….). No, mi sa che io ero un bimbo di destra. Molto attaccato alla proprietà privata dei miei giocattoli, ad esempio. Non è stato facile essere un bambino di destra negli anni Settanta. Il 1976 lo ricordo poco. Ho una foto con quattro candeline, sbiadita. In un’altra dormivo. O era l’anno prima? Sì, forse dormivo. I bambini di destra dormono sempre bene.

Le istruzioni del credente

Mentre il Papa riceveva in Vaticano i partecipanti del convegno sul diritto naturale, il presidente della Cei a margine di un altro convegno dell’Opera Romana Pellegrinaggi anticipava che i vescovi, a proposito dei Dico, sono pronti a formulare “una parola meditata e ufficiale” ma soprattutto “impegnativa per tutti coloro che accolgono il Magistero della Chiesa“. Obiettivo: chiarire ai fedeli, compreso quelli che siedono in Parlamento, doveri e responsabilità morali. Il cardinale non ha precisato i tempi dell’uscita della nota anche se potrebbe avere scadenza assai ravvicinata.
(tratto da Ansa.it)

Non vedo l’ora di leggermi queste “istruzioni per il credente”. Con la certezza di poterne fare davvero e volentieri a meno. Il Vangelo è, da sempre, un “manuale” più che sufficiente per ogni cristiano.

Etologia dell’affezione

Mi sono iscritto al Master in Etologia degli animali d’affezione.
Ho pagato l’iscrizione di 2500 euro in crocchette per cani. 

Omissioni

Non dire bugie è cognitivamente economico. La verità, infatti, è coerente con se stessa e non ci costringe agli sforzi di armonizzare tra loro, nel tempo, le bugie dette. La morale non c’entra, è solo una faccenda di economia del pensare. Non credo di essere un moralista. Sono solo un po’ ingenuo.

Spero, prometto e giuro…

“Gli scrittori arrivati a una certa età vogliono fondare una rivista per poter spadroneggiare sugli altri scrittori. Allora ne riuniscono un certo numero e li sobillano. L’idea della rivista ha sempre un effetto calamitante sugli scrittori, che in genere accorrono in prima persona.
Nelle riunioni seguenti gli scrittori accorsi convocano altri scrittori residenti in provincia, per avere anche loro qualcuno su cui spadroneggiare. Ma gli scrittori della provincia trovano sempre per strada uno scrittore vagante da portare con sé e su cui comandano anche solo transitoriamente”
(Ermanno Cavazzoni, Gli scrittori inutili, p. 115)

Ho letto questo libro nell’estate del 2002, e rido e sorrido ogni volta che lo rileggo. La conclusione del capitolo che cito è esilarante, e consiglio a tutti (scrittori e non) di riprendere in mano questa raccolta di Cavazzoni, che andrebbe riletta proprio oggi, al tempo delle liste degli scrittori da blog (dove il “da” condensa tutte le combinazioni possibili di autorialità e scrittura precedenti, parallele e successive al tenere un blog).

Ogni volta che lo rileggo mi viene da pensare che: a) non sarò mai uno scrittore; b) non arriverò ad una certa età da scrittore, c) non fonderò una rivista.

La tentazione audio è forte

Le risorse audio creano questa equivalenza: il tempo individuale corrisponde al tempo del mezzo e sottomette l’ascoltatore al messaggio. E’ ovvio, lo so. Così, se tu mi dici una cosa interessantissima al 90° minuto del tuo meraviglioso podcast, ed io al secondo minuto ho interrotto la riproduzione, quella cosa interessantissima non la sentirò mai. Peggio per me. Tutte le tecnologie facilitatorie hanno una componente dedicata al narcisismo. Così, la tentazione audio è forte. Parliamo di podcast: se escludo un movente di documentazione artistica (Da capo al fine, ad esempio, sempre interessante per me) o di rilevanza storica (le Teche Rai..non propriamente podcast), perché mai dovrei ascoltare il contenuto di un post in versione audio? Semplifico molto la faccenda, lo so.

Ma, al di là dei contenuti, di rilevanza di contenuti e di “portabilità” degli stessi, ne faccio proprio una questione di gestione del tempo, un’equazione T: non ho tempo per ascoltare i podcast (ogni tanto, sì, qualche lungo file audio in sottofondo…) eppure sento la tentazione di produrne. Cioè, non ho tempo di ascoltarti ma ho la tentazione di farmi ascoltare. E’ un paradosso tipico della Rete. La schizofrenia della rete è, per me, tutta una questione di relazione con il Tempo, di gestione del tempo e sincronizzazione/dia-cronizzazione di tempi diversi (sociali, individuali, flat…). Per me è interessante riflettere sulla relazione podcast/gestione del tempo proprio perché nell’impegno di tempo che la risorsa audio mi richiede di necessità (1 minuto è 1 minuto) vedo un sintomo che oltrepassa qualsiasi legame tra contenuto dell’audio e audio stesso.

I giorni del ricordo

Tendo a rendere plurale ogni ricorrenza che mi chieda di ricordare. Non cedo ai ricatti del politicamente corretto, del revisionismo spicciolo e delle memorie di parte. Ricordare e non dimenticare sono cose diverse. Non dimenticare ed informarsi di ciò che è stato sono due cose collegate. Allora segnalo, come mio solito, la data ufficiale, la prassi che sceglie un punto del calendario, per legge, la memoria legiferata (che è sempre tarda e artificiale, ma evidentemente necessaria) per ricordare che oggi 10 febbraio è il “Giorno del ricordo“. Ogni giorno è giorno del ricordo per chi ha la curiosità di sapere cosa è stato, cosa corrisponda in termini di vita e storia e morte alla parola “foibe“.

Una faccenda complessa II

Leggevo la recensione del libro “La vetrinizzazione sociale“, prossimo acquisto e lettura in programma. E mi tornava alla mente un post di Untitled di novembre, davvero ricchissimo di spunti, ad alta densità filosofica, dal titolo Una faccenda complessa. Un post non sufficientemente esplorato, quello, come tutti gli scritti che si travestono da notazione eff-imera, passeggera e che invece sono capaci di depositarsi in certe memorie inconsapevoli e durature. Leggendo di vetrine, stamani, e mentre guardavo le vetrine del centro, pensavo a quel post, alla sua foto, e poi ad alcune frasi di La Cecla:

Benjamin, acutamente, faceva coincidere la nascita della pubblicità con l’esordio della pornografia organizzata. Quando la moda, ma anche i ninnoli e il nuovo decoro, cominciano a presentarsi in vetrina nei passages parigini, negli stessi luoghi, dietro sapienti velature e trasparenze, dietro specchi e riflessi, appaiono le prostitute. La pubblicità è rimasta fedele a queste origini. E’ una pornografia, cioè una messa in mostra eccitata di un sogno che deve essere raccolto dal passante.
(op.cit. p. 102)

L’idea che mi si presentava, allora, confusamente, era proprio quella della capacità riflettente della vetrina del post di Anna. La forza della vetrina sta nella possibilità di mostrare me stesso nell’atto di visione attraverso la vetrina. La vetrina fotografa l’atto di “usare” la vetrina stessa e mi fa merce da vetrina. La sua forza non sta nella trasparenza dell’intra-vedere una merce separandomi da essa, ma di con-fondermi con la merce stessa. Come questa dialettica di trasparenza/rifrazione e di “vetrinizzazione sociale” possa applicarsi anche ad un ambito-blog, lo lascio alla vostra libera riflessione.

Lo stato dell’ippopotamo

un ippopotmao ciclista sopra lo Stato dell'unione di Avoledo

Una parte di me era attirata dall’acquisto de Lo stato dell’unione di Tullio Avoledo. Ma un’altra parte, e fortemente, rimaneva ipnotizzata ancora dall’ippopotamo blu in bicicletta. Le scarse finanze mi hanno inibito l’acquisto dell’uno e dell’altro.

1975

Nel 1975 uccidono Pasolini. Nel piazzale della mia scuola materna ci stava un autobus abbandonato, ma non so se c’era già in quell’anno, o in quello dopo. Scuola Materna “Lidia Lalli“. Non so se era proprio in quell’anno che c’entrai. Poco importa. La scuola materna aveva una sua “ricreazione”, un’uscita in cortile. I miei genitori raccontano che già allora mi lamentavo perché in quel luogo “si deve giocare ad obbligo”. Per me già allora “giocare” non reggeva l’imperativo, quindi. Il gioco più bello tra tutti quelli della scuola materna era proprio l’autobus abbandonato in cortile. Mi chiedo ancora come ci permettessero di usarlo. C’era una corsa per arrivare ad occupare il posto di guida, perché giocare a fare il passeggero non è la stessa cosa che giocare a fare l’autista del bus. L’autobus era una cosa gigantesca, in proporzione a bambini di 3, 4, 5 anni. La scuola materna rimane condensata in un ricordo triplice: l’autobus, una fetta di mela che annerisce, le brandine per dormire. Ed anche il 1975 è una fetta di mela che annerisce.

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