Un pasto negato

Oggi ho portato avanti, di qualche piccolo significativo passo, l’organizzazione della presentazione pisana di Vibrisselibri. Poi bisogna che mi decida, prima o poi, a dire la mia su “Una tragedia negata” (qui il file pdf del saggio di Demetrio Paolin). Per il momento sono solo riuscito a scrivere una felice fusione di due titoli paoliniani, “La grigia tragedia: un pasto negato!”. Poi riuscirò a fare la persona “seria”. Forse, un giorno…

Buonumore/umoristi-tristi/autoironie

Quindi, il buonumore è qualcosa di diverso dall’umore buono, ma è uno “stato di grazia” geneticamente e socialmente determinabile? Forse. Ma, ora il post si fa intimo e confessorio, io non mi sono ancora dato la risposta sul mio buonumore (che ha ovviamente interesse relativo per il lettore, ma tant’è….). L’autoironia, cioè la capacità di vedersi sotto la specie del riso, e del ridicolo, è fondamentale al pari dell’ironia (il rovesciamento, la finzione) per cercare di alimentare il (mio) buonumore. Ma, poi, su di me funzionano anche alcuni giri armonici, certe musiche. Io, quando sono di buonumore, sorrido o rido da solo ascoltando una certa frase musicale, o pensando ad una certa espressione verbale (oppure sono di buonumore perché sorrido di una certa frase? Qui freno prima di entrare nella filosofia della psicologia, perché sono fuori allenamento…altrimenti…). Sia come sia, allora il concetto di “buonumore” mi si presenta come una forma di “reazione”: io reagisco così e così a questo e quello. Sì, ma come si impara il concetto di “buonumore”? Un discorso analogo lo si può fare per la “tristezza”, e l’essere tristi. Che poi è il campo della natura linguistica dei concetti esprimenti “stati mentali” (e io non ho da dire proprio niente di orginale rispetto a quanto ha detto l’austriaco qui dentro, né sarei in grado di farlo…).

Umore/umorismo/ironia

Come si alimenta il “buonumore”? Che legame c’è tra buonumore e umorismo? E tra umorismo e ironia? Il distacco, la finzione, il capovolgimento dell’ironia come intervengono nell’alimentare, se lo alimentano, uno stato di buonumore? Il buonumore è un concetto “relazionale”, sociale?

Mi facevo queste domande, più o meno consapevolmente, mentre guardavo, qualche sera fa, la trasmissione di Cochi&Renato su RaiDue “Stiamo lavorando per noi“. Dico subito che ho una passione infantile (cioé dall’infanzia) per loro, e che ogni appunto o rilievo ad elementi di presunta debolezza della trasmissione risulta per me un elogio all’inattualità essenziale e meravigliosa della loro comicità poetica. Riflettevo sul concetto di “buonumore” guardandoli cantare con Jannacci e Boldi. E mi chiedevo come io riesca, se ci riesco, quando ci riesco, ad alimentare il mio buonumore. Io che, in fondo, sono un umorista triste.

Operamondo

Sotto la suggestione della parola “Tuttomondo“, e del concetto di “Opere-Mondo“, ho iniziato il progettino “Operamondo“, un wiki-racconto multiautore potenzialmente infinito. Gli amici, lungimiranti, forse non mi seguiranno. Io spero invece, o forse spero il contrario, che il racconto attecchisca, come quelle piante-narrative infestanti ospitate talvolta dai blog e dai loro comentari (signor Effe…quanta nostalgia per Casimiro Centofanti…e per Marisa….e signor Demetrio, si ricorda di Tiresia e della Fiat128?)

NoCamp no party

Non parteciperò al NoCamp partecipando, per rimanere coerente sia al Festival del Niente, sia agli insegnamenti del mio amico Max che ha fatto del non-esserci un potente segno della sua presenza (“perché solo non essendoci ci saremo”)

Sfollagente

Se prendi in testa uno sfollagente senti dolore. Ma anche la parola “sfollagente” può far male. Prendiamola ad esempio come “designatore rigido”, e allora anche “sfollagente” può far male. Tu puoi far ruotare uno sfollagente tra le dita, come una majorette. Ma puoi far ruotare anche “sfollagente”, se utilizzi opportunamente la sua “a” come baricentro della rotazione. Ci sono pure dei post che funzionano da sfollagente: uno li legge, e se ne va.

Il bio-feed intestinale

Osservo in questi giorni il diffondersi di un nuovo gadget, una specie di bio-feed intestinale, un congegno avanzatissimo che ti consente di dire al mondo, in tempo reale “Sto cagando” (perdonate il facile ricorso all’espressività scatologica). E’ la conferma, per me, della pornificazione progressiva – o, piuttosto, implicita, del cosiddetto WEB 2.0. Certo, ha ragione Gaspar Torriero quando dice che bisogna provare per capire. Ma ho spiato un po’ il funzionamento e ho provato a pormi qualche domanda, niente di filosofico sia inteso, così, pensieri del mattino da sedile del bus: perché dovrei attivare questo bio-feed intestinale? Meglio, perché lo si attiva, vi si partecipa?

In fondo io continuo a vederci quella paura drammatica dell’invisibilità: il terrore che la mia vita scorra inascoltata, invisibile, che non lasci traccia significativa sul Mondo e sul prossimo. Lo stesso meccanismo mentale di chi incide il proprio nome sui monumenti, forse. Solo che qui il monumento non c’è più, il senso neppure, e allora vivo nella rincorsa perpetua, effimera, angosciosa, del comunicare “cosa sto facendo”, perché io sono solo quello che sto facendo, e sono solo le parole che raccontano o possono raccontare quello che sto facendo. Io sono le parole per raccontarmi in azione. Fuori da quest’azione di racconto non esisto. Fino al paradosso per il quale l’azione di raccontarsi “in azione” diviene l’unica azione possibile. Così, per me, questi twitter dovrebbero essere in realtà tutti identici e coincidenti in un’unica frase. Siamo tornati, in definitiva, ad un “Esse est percipi” telematizzato, intestinalizzato, iper-pornografico: una postpornografia che si fa grammatica comune, condivisa.

La pornografia è il surrogato di presenza per eccellenza. Come tale è probabilmente la matrice di ogni media, la parte per il tutto, la trasformazione dell’effige in corpo, il feticismo assoluto del corpo illustrato al posto del corpo vissuto. I media sono tutti pornografia, in questo senso, e in questa affermazione non c’è alcun rilievo moralistico, anzi.

(op. cit. dal capitolo “Per una teoria animista del soft-porn”,
F. La Cecla-M. Pasquinelli, p. 115)

Artisti della memoria

Mentre cercavo  l’indicazione di un libro del filosofo Paolo Rossi da citare in tema di “memoria”  per lasciare un commento a questo post di Clelia, mi sono bloccato sull’espressione “artisti della memoria”. Questa, infatti, mi richiama immediatamente l’espressione “artista del digiuno“, che è la traduzione letterale del titolo di un famoso racconto di Kafka, Un digiunatore (Ein Hungerkunstler).

Ora, in che misura potremmo dire che un artista della memoria sia anche un artista del digiuno? Ricordare è omettere, cancellare, fare spazio, selezionare? (vedi le “patologie dell’eccesso” da memoria, alla Funes borgesiano o ai casi clinici di Sacks citati da Rossi…). Io da tempo giro intorno, a mio modo, al tema “memoria e blog” (che pure fu a suo tempo il campo d’una bellissima serie di progetti di Davide Ondertoller – proprio Memoria e blog prima, Memoria e blog2 e Portobeseno poi – al quale vanno onore e merito) perché temo che queste nostre forme di racconto/raccolto quotidiane tendano, talvolta, ad una certa forma di “bulimia” incapace di fare spazio al passato = di esercitare la memoria. Il che vuol dire, anche, che io ascolto, leggo, osservo quel che tu mi scrivi oggi ma non sono più in grado di ri-connetterlo con quanto tu hai detto non dico un anno fa, ma nemmeno il mese scorso. Farsi “artisti della memoria” significa anche, forse, imparare a digiunare un poco.

Superstitio

foto di matisse.splinder.com

“La superstizione è ciclica?”
(foto e commento di Matisse per i Cicli infelici)

Buon Buràn a tutti

Anche tu non riuscivi a prendere sonno la notte pensando alla miriade di scritti uzbeki, indiani, cinesi, polacchi, kirziki, messicani sparsi per la rete che non potevi o non sapevi leggere? Bene, ora potrai dormire sonni tranquilli: è arrivato finalmente Buràn!!

I miei migliori auguri a tutta la redazione di Buràn. Avevo avuto, come il signor Effe già sa o come poteva immaginare, l’idea di svolgere la mia solita funzione di sabotatore cordiale. Progettavo, così, un controcanto provinciale al cosmopolitismo della neonata rivista: qualcosa tipo “Urbàn. Voci dalle metropoli piccole” (che io ho la fissa delle “metropoli piccole” e del vivere in provincia….). Purtroppo, i finanziatori russi del mio progetto – per altro gli stessi che finanziarono la navicella spaziale Buran – si sono tirati indietro all’ultimo momento, ed il mio progetto non è decollato. Auguro miglior fortuna agli amici traduttori indomiti…

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