La mia testa è spesso inquinata da parole, frammenti di parola, suoni, spezzoni di frasi, raccolti qua e là , come da una spugna, o da uno straccio per pavimenti, nel corso della consapevole e inconsapevole esposizione quotidiana ai più vari media. Una volta ho pure scritto qualche verso sulla necessità , prima di dormire, di passare davvero lo straccio sulla mia facoltà immaginativa, mnemonica, esposta durante il giorno al bersaglio di dati, frammenti, sintagmi, nomi. Cammino per strada e mi viene in mente una parola, “calangina”. Ma cosa significa? In realtà so esattamente cosa significa, mi ricorda un cognome, o forse io penso sia un cognome, del personaggio di una fiction vagamente pedagogica in onda ultimamente su raiuno, tale “Butta la luna”, della quale ho visto e intravisto qualche puntata (prima lamentandomi pesantemente con la con-sorte, poi fingendo di seguirla obtorto collo, poi distrattamente, poi meno distrattamente, infine…)
Ma perché diavolo io devo ricordarmi questo cognome? Che poi, verifico, trattasi di “Calangida”, con la di e non con la enne. Ecco, l’esposizione distratta e prolungata, più o meno volontaria, ai media, alle fiction, alla fantasy, lascia, nelle menti deboli o infragilite come la mia, questi frammenti verbali incontrollabili (penso ad Homer Simpson quando cita frammenti della propria giovinezza mescolati a puntate di Happy Days…). Io li paragono a quel pulviscolo cellulare che l’occhio può avvertire fissando una parete bianca: un pulviscolo di parole-cellula, nomi-cellula, suoni-cellula che galleggiano tra memoria, orecchio, mente e immaginazione. Un pulviscolo non sempre utile.
L’antidoto a questa “polvere semantica”, a questo “smog verbale” che respiriamo durante le nostre giornate di web-radio-tv-blog-fiction-no/fiction-infotainment etc. etc. è, per me, la parola poetica. Per me, che non so nemmeno una poesia a memoria e penso, per strada, al nome “Calangida”.
