1. Intimo/pubblico

E inizio la serie di rivisitazioni delle coppie del “manifesto nascosto“. “Io l’intimo non lo pubblico”, potrebbe essere una dichiarazione d’intenti che lega la prima coppia di concetti. Ma ogni volta che leggo la parola “intimo” a me viene sempre in mente una scena del film “La banda degli onesti”: qui Totò, rivolgendosi al povero pittore vetrinista Cardone (Giacomo Furia), che ha ricevuto un “intimo di sfratto” e che ha alcuni dubbi ad intraprendere l’attività di falsario in società con Totò e Peppino, ebbene pronuncia questa frase: “Cardò, e l’intimo? Non vi rode l’intimo?”. Ma cosa è l’intimo? E’ una parte di narrazione del privato? O, piuttosto, un concetto limite, dai contorni indefinti, sfumati, differenti per ognugno eppure comprensibili in una dimensione comune. Esiste un “intimo” sociale, socievole, condivisibile? Allora l’intimo esposto, non l’ostensione del bucato sia ben inteso, sarebbe un’antinomia, un capriccio logico? Intimo e pubblico non sono i fuochi d’una ellisse unica di discorso, di parola, di scrittura. Sono, a mio avviso, le alternative di autocomprensione ed espressione. L’intimo è lo spazio silenzioso della comprensione del Sé, là dove il pubblico è l’espressione di questo stesso Sé. Per questo, forse, io l’intimo non lo pubblico: non mi rode abbastanza l’intimo.

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