Surrogati di presenza

E credo di dover rinunciare temporaneamente ad un certo grado di leggibilità, quella residua, per iniziare una lunga salmodia che si dipanerà lungo tutto il periodo di lettura di “Surrogati di presenza” e che porterà, forse, allo stesso esaurirsi della voce/modo giocatore. Continuo a trovare l’immagine del “modus” come l’unico salvagente alla nevrosi del flusso indistinto ed all’inevitabile modificazione della percezione delle coordinate del reale e del Sé. L’incorporazione del presente avviene attraverso una serie di segnalatori di presenza (e-mail, chat, sms, piattaforme blog, commenti, post…) percepiti come con-sustanziali non tanto alla possibilità di esprimersi, di con-tattare, quanto alla piena disponibilità del proprio essere. (Tu mi racconti un disagio e vuoi convincermi che sia una cura? Meglio, mi racconti il tuo disagio come cura, sotto la specie del “necessario” e del “contemporaneo”?).

“I media per fortuna sono ambigui, perché la ritualità che attivano, lo scambio di presenze e la loro evocazione, stanno a metà tra un’efficacia reale (“servono”) e la frustrazione che provocano (“ci sei, ma non ci sei, sembri qui ma non ci sei”). I media sono formidabili provocatori di nostalgia, perché sono essenzialmente evocativi: è l’evocazione la vera trasmissione che producono” (Franco La Cecla, Surrogati di presenza, p.19):

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